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Bogotà: muore altra vittima dell’attentato di gennaio

di Alessandro Bonafede (sito)
lunedì 11 febbraio 2019

Bogotà, muore un altro militare, utlima vittima dell’attentato con un carro bomba di gennaio, in cui sono morte 20 persone e altre 68 sono state ferite. La vittima dell’esplosione del carro bomba a gennaio nella Scuola Generale di Sant Ander, Andrés David Fuentes Yepes, era stato operato chirurgicamente varie volte. 

L’informazione è stata confermata dal generale della polizia Oscar Ateohurtua Duque. L’attentato è stato rivendicato dall’ELN l’Esercito di Liberazione Nazionale, guerriglia attiva in Colombia dagli anni 60.«L’operazione compiuta contro queste strutture e queste truppe è lecita nel quadro del diritto alla guerra, non c’è stata nessuna vittima non combattente», ha detto la direzione nazionale dell’ELN in una nota pubblicata sul suo sito internet.

I guerriglieri sostengono che l’attacco sia stata una risposta alle attività militari svolte dal governo del presidente Iván Duque Márquez durante il cessate il fuoco unilaterale che l’ELN aveva dichiarato da Natale fino alla fine dell’anno. Duque avrebbe infatti ordinato di compiere attacchi militari contro l’ELN su tutto il territorio nazionale. I guerriglieri hanno proposto un cessate il fuoco bilaterale «per creare un clima favorevole agli sforzi di pace», scrive l’ELN su twitter.

Dopo il processo di pace con le FARC svoltosi con successo a Cuba il governo colombiano aveva iniziato un processo di pace anche con l’ELN, prima in Ecuador e poi ospitato a Cuba. Il processo di pace con l’ELN non ha mai avuto luogo, sia per il perdurare degli omicidi selettivi contro attivisti politici, sia per alcuni attentati alla struttura petrolifera del paese.

L’attentato contro la struttura militare è stato realizzato con un carro bomba guidato da un attentatore suicida. Dopo aver forzato il blocco all’ingresso della struttura, investendo un militare di guardia, l’attentatore si è fatto esplodere vicino a un gruppo di militari presenti nella struttura. Nella struttura si effettuava addestramento di futuri reparti di intelligence destinati a svolgere operazioni militari. “il presidente non ha rispettato le aspettative di pace e la risposta è stata svolgere attacchi militari contro di noi” si legge nel comunicato dell’ELN.”Le farc non hanno fatto alcun processo di pace: le farc si sono arrese” dice un combattente dell’ELN in un video diffuso su internet. L’ELN afferma che il 25 dicembre le truppe colombiane hanno bombardato un campo dell’ELN ferendo una famiglia di passanti.

L’ELN nasce nel 1964 e da allora opera in diverse aree del paese. L’Esercito di Liberazione Nazionale (in spagnolo Ejército de Liberación Nacional – ELN) è una organizzazione di guerriglia che opera in diverse aree della Colombia.

L’ELN ha meno affiliati (3.500-5.000 guerrilleri) ed è meno nota delle FARC, altra formazione ribelle colombiana. Diversamente dalle FARC, che fanno riferimento solo al marxismo ed alla figura di Bolívar, l’ELN, almeno all’inizio, era molto influenzata anche dalla teologia della liberazione. L’ELN rifiuta il modello sovietico e privilegia un modello economico e politico proprio, rifiut anche i finanziamenti stranieri e si finanzia grazie al sostegno popolare e alle tasse imposte nei territori controllati. L’ELN, per disposizione statutaria, rifiuta di legarsi al narcotraffico, anche se nella pratica accade che singoli fronti si leghino al narcotraffico per autofinanziarsi. I colloqui di pace tra governo colombiano e ELN non hanno superato la fase esplorativa, dopo che il presidente Ivan Duque ha preso il potere nell’agosto 2018.

Il governo colombiano ha dichiarato 3 giorni di lutto per le 20 vittime dell’attentato e gli oltre 68 feriti. Il ministro della difesa ha dichiarato che “l’attentato terroristico” è stato realizzato con oltre 80 kili di esplosivo. “Tutti i colombiani rigettano il terrorismo e siamo uniti nel combatterlo” afferma in un tweet Ivan Duque.

Il carro bomba è esploso nel SUD di Bogotà durante una cerimonia di promozione di cadetti. Rojas Rodriguez è entrato nella scuola alle 9:30 am (1430 GMT) guidando un veicolo Nissan Patrol del 1993, ma non ha fornito dettagli riguardo l’esplosione. Il veicolo aveva effettuato l’ultima revisione nel dipartimento di Arauca dipartimento, al confine con il Venezuela e storica roccaforte dell’ELN.

Il presidente dell’Ecuador Lenin Moreno afferma che erano presenti 45 cadetti panamiensi durante l’attacco, con due feriti e che una delle vittime era un cadetto ecuadoregno .Questo articolo è stato pubblicato qui

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Colombia: tra attacchi armati, nuovo governo, proteste e sviluppo economico

Continuano gli attacchi dell’ELN alla struttura petrolifera del paese. La Colombia paradiso verde tra prospettive ancora più grandi di sviluppo economico e conflitto armato.

Nell’ultimo mese e mezzo ormai già sono svariati gli attacchi armati alla struttura petrolifera del paese, Agli inizi di settembre, il 5 precisamente la guerriglia dell’ELN ha fatto ancora una volta saltare un oleodotto a cano limon ai confini con il Venezuela. Attacchi con bombe che provocano incendi di kilometri e inquinamento delle falde acquifere con sdegno delle associazioni sociali contadine e indigene. Nelle aree remote del paese la situazione è incandescente, ma senza morti nella popolazione civile.

Inoltre il paese da mesi ormai è scosso da proteste pacifiche di massa in difesa del diritto allo studio. Le farc sono ormai un partito impegnato in un processo di pace prettamente politico e sociale. Ma in zone remote del paese, nelle campagne e nelle colline, lontano dall’opinione pubblica internazionale gli assassini politici e sociali continuano.

Ma le farc non vogliono tornare alle armi: ”Siamo guerriglieri perchè vogliamo la pace”. Dichiarano nei video emessi in rete. “Ci sarà bisogno di 15 anni di transizione perchè le ferite di 52 anni anni di conflitto si rimargino” dichiarano gli psicologi colombiani del post della psicologia del post conflitto.

La situazione nel mondo accademico e universitario anche è incandescente. Sopratutto nella UN l’Universidad Nacional. Da mesi la ormai la Colombia è scossa da manifestazioni pacifiche e enormi in difesa dell”unica università pubblica del paese gratuita: l’Università Nacional colombiana di qualità eccellente e su cui entrano solo poche persone rispetto alle migliaia che si presentano nei test d’ingresso. La protesta in difesa dell’università pubblica si è poi estesa anche alla difesa delle università private minori. Roger Waters dei Pink Floyd dal palco del suo ultimo concerto, ha letto un appello in difesa della UN l’Universidad Nacional, un quartiere intero al centro di bogotà paragonabile alla Sapienza di Roma. che gli squadroni antisommossa e l’esercito hanno chiuso e sigillato. Questo perchè solo pochi anni fa la guerriglia dell’ELN, era solita fare blitz e parate, apparendo dal nulla con striscioni e mitra.

La dissidenza delle farc minaccia a di tornare in armi. Del resto non è un segreto per nessuno ormai che già da 2 anni c’è un piano segreto per rifondare le FARC. E ritornare alla lotta armata. Le FARC del resto possiedono un patrimonio monetario di 80 milioni di euro, azioni imprese private private il cui elenco è pubblico e dichiarato negli accordi dell’Avana del 2012 e non sarebbe difficile rifarlo. Ma la dissidenza delle FARC sono poche migliaia di persone in territori già invasi da truppe paramilitari.

Il partito delle FARC e i suoi comandi medio alti rifugiati nelle zone di riserva contadina create dopo l’accordo di pace dell’Avana pochi anni fa si rifiutano di tornare in armi. E lo dichiarano pubblicamente in interviste alla televisione, esponendosi ad altri casi di sicariato e mettendo a rischio la propria incolumità fisica.

Situazione indigena. In colombia ci sono ben 63 culture indigene ognuna con la propria cultura e lingua. Sia nella costa di Santa Marta, che nelle colline di San Augustin nella regione del Huila Putumayo gli indigeni generalmente non lasciano entrare l’uomo bianco nei loro territori: “Non volgiamo turismo che poi si trasforma in proselitismo religioso con boy scout che vengono a minare i fondamenti della nostra religiosità e della nostra cosmogonia. Non vogliamo boyscout cattolici che vengono a disturbare i nostri periodi di ritiro spirituale e a invadere le nostre capanne dove svolgiamo i nostri rituali ancestrali. Per questo abbiamo deciso di mobilitare la guardia indigena e sigillare tutta la Sierra Nevada di Santamarta”. Si legge in comunicato ufficiale della comunità indigena degli arhuacos. “Non volgiamo né esercito né guerriglia né paramilitari, che già si sono presentati nelle nostre riserve con le loro truppe con i loro mitra: “non abbiamo nessun problema a bruciare tutto il villaggio. E smettetetela di fare stregonerie”. Nei territori indigeni non si può entrae a meno che non tu non sia una autorità politica nazionale o una organizzazione sociale. Da Ascamcat organizzzione socio politica nelle montagne del catatumbo alla comunità degli arhuacos di Santa Marta alla comunità barì sempre nel catatumbo gli indigeni hanno comunque sia già le loro organizzazioni sociali e la propria guardia indigena.

La dissidenza delle FARC non ha partecipato agli accordi dell’Avana promossi dal premio nobel per la pace Santos, ex presidente della Colombia ormai sostituito da Duque. Intervisto invece un esponente del partito delle FARC in clandestinità: “Siamo nati 52 anni fa come guerriglieri perchè ci attaccavano. E continuano a farlo. Continueremo a difenderci, ma come partito e organizzazione sociale. Sono ben 14 mila le armi consegnate dalle FARC all’ONU nel processo di pace dell’Avana a Cuba dove si trova rifugiato il segretariato generale da qualche anno. Ricorda il se vuoi la pace preparati alla guerra degli antichi romani.Questo articolo è stato pubblicato qui

Alessandro Bonafede presidente ass. ISOLA

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Venezuela: Maduro denuncia attentato alla rete elettrica nazionale

Ieri sera, a reti unificate, il presidente Maduro ha denunciato nei dettagli l’attacco al sistema elettrico nazionale, effettuato “con strumenti di altissima tecnologia in possesso solamente degli Stati Uniti d’America”.

Dal palazzo di Miraflores, la sede del governo, il presidente ha indicato che gli attacchi contro il sistema sono stati effettuati in tre fasi:

– Il primo attacco è stato un attacco cibernetico contro il cervello informatico del sistema di conduzione computerizzato della energia della Corporación Eléctrica Nacional (Corpoelec). L’attacco informatico sarebbe stato lanciato contro la centrale idroelettrica Simón Bolívar, situata nella diga di El Guri, nello stato di Bolívar. Questa centrale produce l’80% dell’energia del paese ed è una centrale energetica idroelettrica.

– Il secondo attacco (avvenuto quando era stato ripristinato il 70% del servizio) è stato di tipo elettromagnetico contro le vie e le autostrade di conduzione: “tramite dispositivi mobili sono state interrotti e invertiti i processi di recupero”, ha affermato Maduro.

– il terzo attacco sarebbe avvenuto la notte seguente “attraverso l’incendio e l’esplosione delle stazioni e sottostazioni elettriche”. Verso le 2 di mattina si sarebbe verificata un’esplosione a causa di un sabotaggio alla sottostazione dell’Alto Prado (stato Miranda) per mettere fuori uso tutta la rete elettrica di Caracas”, ha affermato Maduro mostrando le foto fatte dai residenti.

Per 3 notti praticamente tutto il territorio venezuelano è rimasto al buio: tutti i servizi telefonici internet e telefonia domestica sono stati interrotti drasticamente per 72 ore, come nemmeno avvenne nei cruenti terremoti di Cile e Messico.

Maduro e tutti i suoi seguaci hanno incolpato “l’Impero” ovvero gli Stati Uniti mentre l’opposizione attribuisce la colpa “alla crisi strutturale che dal 2009 soffre il sistema elettrico nazionale”. Nel 2010 il presidente Chavez aveva decretato l’emergenza idroelettrica nazionale in seguito alla carenza di pioggia.

Il blackout del resto non è il primo: tra le città più colpite dai recenti blackout Maracaibo y San Cristobal. Nella prima nel 2018 la popolazione aveva denunciato blackout quotidiani, lamentandosi e protestando anche veemente.

Ma il problema dell’energia elettrica non è un problema solo Venezuelano, ma anche della vicina Colombia. Nelle zone rurali della Colombia e nei quartieri più poveri spesso l’alimentazione elettrica domestica è di pessima qualità mentre nelle zone rurali avviene tramite generatori elettrici domestici a benzina. Intanto alberghi e strutture turistiche del Caribe colombo venezuelano, spesso in mano di aziende straniere, godono di un trattamento privilegiato.

Fatto curioso quello della bassa qualità del servizio elettrico per due paesi la Colombia e il Venezuela con ingenti risorse petrolifere, ma anche con notevoli potenzialità di produzione di energia idroelettrica.

“Venezuela è forse il primo paese al mondo che è stato vittima di un attacco cibernetico tramite tecnologia statunitense” ha affermato il mandatario venezuelano Maduro, assicurando che il danno è stato provocato tramite tecnologia in possesso unicamente del governo degli Stati Uniti e stigmatizzando l’avvenuto come una grave violazione dei Diritti Umani del popolo venezuelano e un grave attentato contro la pace e la stabilità del paese. L’esercito è mobilitato da 72 ore in tutto il paese per cercare di porre rimedio all’incresciosa situazione verificatasi. Sono state arrestate 2 persone che cercavano di sabotare il sistema di comunicazione di El Guri. Praticamente quasi tutto il paese è al buio.

Alessandro BonafedeQuesto articolo è stato pubblicato qui

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Colombia: paramilitari di nuovo in azione

di Alessandro Bonafede (sito)
venerdì 15 marzo 2019

Dal 27 di febbraio in Colombia 150 uomini armati appartenenti a un gruppo armato non identificato, presumibilmente paramilitari, tengono sequestrata una comunità indigena intera. I fatti stanno avvenendo nel municipio di Riosucio, regione del Choco, costa pacifica.
La comunità ha chiesto l’aiuto della forza pubblica militare, ma l’esercito ancora non è intervenuto.

I fatti costituiscono una fragrante violazione del Diritto Umanitario, che è un diritto di guerra in quanto costituisce una palese violazione dei Diritti Umani della comunità indigena. Secondo il Diritto Umanitario infatti le parti belligeranti devono evitare di attaccare o nuocere a obiettivi civili. Ma il neo presidente della Colombia Duque, come i predecessori Santos e Uribe si ostinano a negare che la Colombia sia un paese in guerra.

Ciò nonostante i recenti attacchi della guerriglia dell’ELN (Esercito di Liberazione Nazionale) contro l’infrastruttura petrolifera del paese e nonostante nel paese continui a operare la cosidetta “dissidencia” delle più note FARC – Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane: alcuni fronti delle FARC infatti, si sono rifiutati di partecipare al processo di pace tra FARC e Governo Santos. Processo che ha avuto luogo a Cuba sotto l’egida internazionale. Per questo processo di pace conclusosi con relativo successo Santos ha infatti ottenuto il plauso della comunità internazionale e il Nobel per la Pace.

Ma nel paese gli omicidi selettivi di attivisti sociali continuano imperterriti: nonostante le FARC abbiano riconsegnato più di 14000 armi in container sotto la supervisione dell’ONU. Le FARC hanno dunque fondato un partito politico cambiando il proprio nome in Forze Alternative Rivoluzionarie Colombiane.

La storia si ripete e il sicariato paramilitare si abbatte con ferocia contro gli ex combattenti della FARC e contro semplici simpatizanti. Ci si riferisce a quello che è passato alla storia come Genocidio della Uniòn Patriotica: nel 1986 dopo alcuni negoziati di pace tra FARC e il governo di Betancur, passati alla storia come Acuerdos de la Uribe . Dopo tali accordi moltissimi membri delle FARC uscirono dalla clandestinità y si re incorporarono alla vita civile presentandosi alle elezioni come Partito de della UP – Union Patriotica. Partito che ebbe un successo enorme e che venne quasi sterminato a colpi di sicariato. Due candidati presidenziali, gli avvocati Jaime Pardo Leal y Bernardo Jaramillo Ossa, 5 parlamentari in carica (Leonardo Posada, Pedro Jiménez, Octavio Vargas, Pedro Valencia, Manuel Cepeda), 11 deputadi, 109 consiglieri vari ex consiglieri, 8 sindaci in esercizio, 8 ex sindaci e circa 3000 dei suoi militanti e simpatizzanti (altre fonti assicurano che sono stati circa 5000) sono stati assassinati per mano di gruppi paramilitari, membri delle forze di sicurezza dello Stato (Esercito, Polizía segreta, intelligence, Polizia regolare e narcotrafficanti).

Infatti non è più un mistero né un segreto che già esista un piano all’interno di settori delle FARC per rifondare la storica guerriglia, la più antica del mondo. Piano che viene osteggiato apertamente dal Segretariato delle FARC rifugiato a Cuba e che in più riprese ha dichiarato ufficialmente mediante portavoce che “non si vuole ritornare alla lotta armata e riprendere le armi”.

Intanto nel Chocò a Riosucio. Un lìder della comunità è riuscito a eludere il confinamento di massa imposto dal gruppo armato illegale e ha denunciato all’opinione pubblica i fatti che stavano avvenendo ai danni della remota comunità indigena che conta 45 famiglie e circa 226 persone. “Siamo sicuri che dopo questa denuncia le angherie contro la comunità saranno peggiori”, ha dichiarato il rappresentante della comunità in un comunicato dell’associazione indigena Orewa.

Secondo la organizzazione Tierra y Vida di Riosucio – Choco, “il passato 13 di gennaio, due sconosciuti hanno fatto irruzione nella casa di Pedro Moreno, di 20 años, nel quartiere El Centro e hanno esploso 5 colpi di arma da fuoro, provocandone la morte. Questa stessa notte, in un caso separato, Yuber Córdoba, di 20 anni, è stato freddato con una arma da fuoco mentre si trovava nel porto del quartiere Escolar. (sempre nel comune di Riosucio ndr)”.
“Le comunità di Riosucio, nel Chocó, insieme alle organizzazioni sociali, chiedono allo Stato colombiano maggiore protezione date le costanti azioni di gruppi armati illegali che operano nella regione del Basso Atrato, visto l’assassinio dei due giovani e le costanti minacce dovute alla presenza permanente di strutture armate paramilitari”.

Alessandro Bonafede

presidente ass. ISOLA

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Semi di pace in Israele e Palestina

Semi di pace in Israele e nei territori occupati: intervista con una refusenik palestinese

Dalla Risoluzione ONU 181 del 27 novembre 1947 agli accordi di Oslo del 1993, dal piano Clinton a Camp David del 2000 molte cose sono successe in palestina e in Israele. Racconteremo qui casi meno noti nel main streaming: il caso di Vittorio Arrigoni e dei Refusenik israeliani, i renitenti alla leva obbligatoria nell’esercito israeliano.

Molto c’è da dire sul conflitto arabo israeliano ma preme sottolinearne una su tutte: la grande difficoltà di trasmettere all’esterno, soprattutto in Europa, la realtà di Israele. Una realtà fatta di grande sviluppo economico, di ottimismo, di fiducia, di gioia di vivere, di realismo e al tempo stesso di grande progettualità proiettata sull’avvenire. In Europa quando si parla di Israele scatta automaticamente – sia in chi è ostile ma anche in chi è favorevole – il riflesso di pensare al conflitto con i palestinesi. Ma vivendo la vita quotidiana di Israele ci si rende conto che il conflitto – che naturalmente esiste – occupa un ruolo assai inferiore rispetto al lavoro, allo studio, al divertimento, a qualsiasi altra attività.

Gli arabi che vivono in Israele e ne sono cittadini sono in grande maggioranza integrati, vivono una realtà non molto diversa da quella che noi conosciamo: lavorano, studiano, occupano i ruoli più vari in maniera non molto diversa dai cittadini ebrei: sono operai, impiegati, professionisti, medici, professori, giudici, artisti musicali. Certo, le proporzioni non sono le stesse per i ruoli più alti, ma la linea di tendenza è chiara.

Famoso il caso del cantante reggae rastafari alpha blondy: nato da madre mussulmana e padre ebrea si considera quasi ebreo pur non essendolo: la progenia ebrea è infatti matrilineare. Nelle sue canoni reggae canta in inglese ebreo arabo e francese.

C’è poi il caso della Giudea e della Samaria. Che cosa accadrà? Anche qui per chi vuol vedere senza pregiudizi la tendenza è chiara: sempre più la presenza ebraica si rafforzerà e si estenderà. Si spera che si rafforzerà anche la simbiosi tra arabi e israeliani. Già oggi una buona parte degli arabi di Giudea e Samaria è impegnata in attività strettamente legate all’economia israeliana.

Naturalmente il conflitto esiste: Hamas e Jihad sono realtà molto importanti nella vita sociale e politica palestinese e perseguono la distruzione dello stato di Israele. Il conflitto arabo ebraico coinvolge da decenni tutte le istituzioni internazionali, la politica europea i poteri forti occidentali Cina Russia e mondo arab e mussulmano ovviamente. La Nazioni Unite, Le ONG, la politica europea elacooperaioone internazionale, svolgono un ruolo delicatissimo e importantissimo, ma il conflitto arabo israeliano raggiunge periodicamente punte drammatiche. Vediamo due esempi misconosciuti o dimenticati.

L’OMICIDIO DEL COOPERANTE VITTORIO ARRIGONI (VIK)

Ormai è quasi dimenticato il caso di Vittorio Arrigoni, detto Vik. il Regeni della Palestina; attivista cooperante e giornalista fu sostenitore della soluzione binazionale – due popoli due stati – come strumento di risoluzione del conflitto israelo palestinese. Pacifista, si era trasferito nella striscia di Gaza per agire contro quella che definiva pulizia etnica dello stato di Israele nei confronti della popolazione araba palestinese. La sera del 14 aprile 2011 venne rapito da un gruppo terrorista dichiaratosi afferente all’area jihadista salafita.Tre membri del commando poi smentirono l’appartenenza al gruppo.

Venne rapito dal commando all’uscita dalla palestra di Gaza nella quale era solito recarsi. In un video immediatamente pubblicato su Youtube, Arrigoni viene mostrato bendato e legato, i rapitori accusano l’Italia di essere uno “stato infedele” e l’attivista di essere entrato a Gaza “per diffondere la corruzione”.

Viene inoltre lanciato un ultimatum, minacciando l’uccisione di Arrigoni entro il pomeriggio del giorno successivo, e chiedendo in cambio della sua liberazione la scarcerazione del loro leader, Hisham al-Saedni, più noto come sceicco Abu al Walid al Maqdisi, e di alcuni militanti jihadisti detenuti nelle carceri palestinesiIl giorno successivo, il corpo senza vita di Arrigoni fu rinvenuto dalle Brigate Ezzedin al Qassam nel corso di un blitz in un’abitazione di Gaza. Secondo le forze di sicurezza di Hamas, la morte sarebbe avvenuta nella notte tra il 14 e il 15 aprile per strangolamento.L’autopsia svolta successivamente all’Istituto di medicina legale dell’Università la sapienza di Roma confermò i rilievi palestinesi.

Nei giorni seguenti, le indagini delle forze di sicurezza di Hamas condussero all’individuazione dei presunti responsabili del rapimento; il 19 aprile 2011 le forze armate di Gaza penetrarono nel campo profughi di Nuseirat per eseguire gli arresti. Due terroristi – tra cui il capo, il giordano Abdel Rahman Breizat[ – rimasero uccisi in un conflitto a fuoco, mentre un terzo venne fermato. I membri dell’organizzazione salafita dichiararono successivamente che la responsabilità del rapimento sarebbe stata da attribuirsi a un gruppo illegale “impazzito”.

Il processo per omicidio iniziò a Gaza l’8 settembre 2011 a carico di quattro soggetti (Abu Ghoul, 25 anni, Khader Jram, 26 anni, Mohammed Salfi, 23 anni, e Hasanah Tarek) e si concluse il 17 settembre 2012 con due condanne all’ergastolo per omicidio (ridimensionate a 15 anni di reclusione) e altre due a 10 anni e 1 anno di carcere rispettivamente per rapimento e favoreggiamento. La famiglia Arrigoni in quell’occasione si era dichiarata contraria alla pena di morte per gli assassini.

L’omicidio di Arrigoni suscitò sdegno e proteste in tutto il mondo e fu condannato in modo unanime dalle Nazioni Unite e da vari capi di stato. Le autorità della striscia di Gaza tributarono un “saluto solenne” con centinaia di partecipanti alla salma di Arrigoni prima del suo trasferimento verso l’Italia.

Per rispettare le volontà di Arrigoni, la famiglia dispose che la salma tornasse in Italia passando dall’Egitto e dal valico palestinese di Rafah anziché dal territorio di Israele.I funerali, svoltisi in Italia videro la partecipazione di migliaia di persone giunte da tutta Europa.L’assenza di rappresentanti del governo italiano e di un riconoscimento pubblico in memoria di Arrigoni causarono forti polemiche.

Tra le molte manifestazioni di affetto vi fu anche quella di Moni Ovadia che definì Arrigoni “un essere umano che conosceva il significato di questa parola”

Viene alla mente la famosa la teoria di Sergio Della Pergola: “se Israele vuol essere uno Stato ebraico non potrà essere democratico a causa della preponderanza demografica araba” C’è chi dice che nel lungo periodo l’integrazione della popolazione araba nelle istituzioni israeliane avverrà in maniera assai meno traumatica di quanto si poteva prevedere alcuni anni fa: ma appare pura retorica visto che Hamas e Jihad hanno nel loro statuto la distruzione di Israele. E’ pur vero che la a volte ambigua di Arafat e del suo successore Abu Mazen, ha provocato progressivamente l’estraniamento dalla realtà del popolo palestinese, che – non teorizzandola ma praticandola – ha scelto un’altra strada rispetto alla contrapposizione frontale con Israele.

INTERVISTA CON LA REFUSENIK ISRAELIANA FATIMA

Inizio a riportare fedelmente l’intervista a una refusenik israeliana, faticosamente raccolta con una provocazione: l’alias usato è Fatima come la madonna di Fatima, riconosciuta e venerata non solo dai cattolici, ma anche dai mussulmani sciiti:Fatima era la nipote di Alì con cui nel suo quarto califfato inizia la scissione tra maggioranza sunnita e minoranza sciita, gli sciiti infatti sono solo il 20 per cento del mondo mussulmano, ma sono tutti o concentrati o in stretto contatto con l’area euro mediterannea.

La parola inglese refusenik (letteralmente, “rifiutati”, costruita dal verbo inglese “refuse” con il suffisso russo “-nik”) è entrata nella lingua italiana durante la guerra fredda per riferirsi alle persone cui venivano rifiutati alcuni diritti umani, in particolare il divieto di emigrare. In seguito, il suo uso si è esteso ad indicare persone che si rifiutano di partecipare ad attività obbligatorie, come un obiettore di coscienza nei confronti del servizio militare. Il termine può assumere vari significati specifici: nell’ex Unione Sovietica, i refusenik erano cittadini ebrei a cui veniva rifiutato il permesso di espatrio.

In Israele, i refusenik sono soldati e membri della riserva che si rifiutano di servire nell’esercito israeliano sotto certe condizioni, ad esempio si rifiutano di operare nei Territori occupati.

Nel regno Unito vengono a volte chiamati refusenik le persone che rifiutano di avere la futura carta d’identità britannica.

Ishrad Manjii scrittrice canadese di origini indiane (nata in Uguanda) si descrive come “refusenik musulmana” per la sua opposizione all’Islam fondamentalista.

Contatto con molta difficoltà e per casualità una refusenik israeliana, nome di fantasia Fatima, concordiamo di non pubblicare sue foto e di usre un alias:

“Sono pronta per le tue domande”

https://www.facebook.com/plugins/post.php?href=https%3A%2F%2Fwww.facebook.com%2Fdeshbhakt089%2Fposts%2F1006050906271804&width=500

Potresti commentare questa foto di una mamma israeliana con la divisa delle forze speciali israeliane, un fucile e un bimba in braccio?

“Quello che vedo è una madre che sta proteggendo il suo bambino. La realtà della guerra è dura da accettare ma la gente che vicd in guerra non smetterà di vivere. Se le donne madri stessessero giocando per uno show sono sicura che i conflittti terminerebbero. La legge della vita è proteggere la vita. Inoltre vedo con più favore una madre con un’arma che un uomo con una pistola perchè la madre penserà iin manira più compassionevole prima di tirare il grilletto”

Potresti raccontarci la tua esperienza nell’esercito israeliano il più potente del mondo?

Risposta: “L’esercito israeliano è molto potente grazie al lavaggio di testa della sua gioventù. I militari creano volontariamente traumi alla gioventù israeliana e i giovani ne conservano memoria per tutta la vita, creando un ciclo vizioso dal quale non si può uscire. Un mondo che non avremmo dovuto conoscere. I giovani prestano il servizio militare solo perchè sono minacciti dal potere economico e il lavagio del cervello della società, ma i veri leaders non mandano i loro figli a morire in nome dei loro egoistici interessi e delle loro malattie mentali. Dovrebbero altresì proteggere i loro vicini e i loro bambini invece di ucciderli”

Sei tu quindi una refusenik?

Sì. m sono tornata indietro in Israele per fare servizi sociali in comunità in guerra. Ho studiato religione, politica e i territori delle comunità in lotta. Dopo quello che ho visto ho deciso di non supportare gente che vuole distruggere. Posso tornare in Israele in visita ma non posso vivere in Israele. Ciò nonostante ho la cittadinanza israeliana.”

“la soluzione alla guerra è liberarsi dei leaders che non vogliono combattere le proprie guerre come uomini veri, così mettono a rischio la vita di gente innocente e promuovono il lavaggio del cervello sociale (il social brainwashing è una tecnica militare ndr). La soluzione è aiutare le comunità intorno e convincere la gioventù a deporre le armi. “

“Non avevo mai sentito del giornalista italiano. Ma entrambe le parti sono responsabili per le loro azioni e invece di rendere la vita più difficile i ricchi dovrebbero aiutare le loro comunità sia economicamente sia con l’educazione. Non provare a prendere uno con l’altro le rispettive terre con falsi profeti, che è quello che realmente stanno facendo ora. Noi siamo tutti ricchi, tutto quello di cui abbiamo bisogno è CONDIVIDERE”

ALESSANDRO BONAFEDE

ass. ISOLA Internazionalismo Solidarietà Autodeterminazione

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Autore

Alessandro Bonafede

Nasce a Roma e fino ai 18 anni vive tra Lazio Sardegna e Umbria. Si diploma al liceo classico con pieni voti. Studia all’università Cesare Alfieri di Firenze, all’Università per Stranieri di Siena e all’Università Roma3 dove si laurea in comunicazione internazionale. Mentre studia all’università lavora nel cinema, nella televisione e scrive per la rivista culturale romana (…)

Sito: ISOLA – Internazionalismo SOLidarietà Autodeterminazione
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Colombia, Elezioni regionali. Bogotà eletta la prima sindaca donna

Colombia. Duque e Uribe sconfitti alle regionali. Vittoria del centro-sinistra e dei candidati indipendenti.

RISULTATI A MACCHIA DI LEOPARDO MA NELLE GRANDI CITTA’ PREMIATI CANDIDATI DI CENTRO SINISTRA E CANDIDATI INDIPENDENDENTI .A BOGOTA’ ELETTA LA PRIMA SINDACA DONNA.

ALVARO URIBE L’EX PRESIDENTE COLOMBIANO E LEADER DEL PARTITO CENTRO DEMOCRATICO, HA COMMENTATO I RISULTATATO COME “UNA GRANDE “ SCONFITTA: “ ABBIANO PERSO LO RICONOSCO CON UMILTA? “

UNA INDIGENA MISAK E’ IL NUOVO SINDACO DEL MUNICIPIO DI SILVIA. BOGOTA’ ELETTA LA PRIMA SINDACA DONNA.

“Con il 35% dei voti, Bogotà elegge la prima sindaca della storia del Paese. “Una vittoria femminista che scomoda profondamente l’establishment conservatore della Colombia, mentre il presidente Duque e Uribe vengono sconfitti duramente a livello nazionale”. Questa, da Bogotá, la dichiarazione / commento di Cristiano Morsolin, esperto di Human rights Defend sull’esito delle elezioni regionali e comunali in Colombia del 27 ottobre, elezioni che hanno visto l’avanzamento delle forze sostenitrici del processo di pace dell’Havana. Processo di Pace siglato nel 2016 tra la guerriglia colombiana delle FARC e atteso dal 2012.

“Claudia López – continua Morsolin – è politologa, ricercatrice sociale con studi alla Columbia University, negli Usa. È stata più volte minacciata di morte per le denunce sulla corruzione e narco paramilitarismo presentate attraverso la sua fondazione Nuevo Arcoiris. Tre suoi libri aiutano a capire il legame criminale tra la ‘ndrangheta calabrese e il comandante paramilitare di origini italiane, Salvatore Mancuso, che l’anno prossimo uscirà dal carcere, negli Usa, e potrebbe rivelare verità inquietanti anche al procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, che aveva chiesto l’estradizione in Italia nel 2007”.

Dunque giorni intensi e di speranza di pace in Colombia.

La nuova sindaca si ispira all’ex sindaco pacifista e attuale senatore Antanas Mockus, con la rivoluzione dell’educazione simboleggiata dalla matita. Ha concluso un processo di alleanza di centrosinistra con il Polo Democratico (il cui leader è il senatore Iván Cepeda, amico di Don Ciotti e collaboratore di Libera) e ha immediatamente dichiarato “la volontà di collaborare con Holman Morris, terzo per voti a Bogotá con 14%, rappresentante della sinistra di Colombia Humana di Gustavo Petro”.

Il centrosinistra, le alleanze e i candidati indipendenti quindi sono i vincitori delle elezioni, mettendO in seria difficoltà la destra di Uribe e Duque. La situazione è comunque sia è ancora a macchia di leopardo.
 

MEDELLIN

Ma novità arrivano anche da città importanti come Medellìn, spiega Morsolin: “Addirittura a Medellín, da sempre feudo dell’ex presidente Uribe – che negli anni ‘80 ha fondato le cooperative di sicurezza privata Convivir per difendere i latifondisti dalle incursioni delle guerriglie, poi diventate bastione del paramilitarismo –, vince il giovane candidato indipendente Daniel Quintero, con l’appoggio di Petro. Il movimento progressista Colombia Humana vince a Santa Marta (con il neogovernatore Carlos Caicedo), a Cali, a Buenaventura, nel Cauca con Mercedes Tunubala, prima donna indigena eletta a Silvia, poco lontano da Toribio, dove nel 1986 è stato assassinato il primo sacerdote indigeno, padre Alvaro Ulcué”.
REGIONE DEL CAUCA: NELLA REGIONE DEL PACIFIFICO, UNA INDIGENA MISAK E’ IL NUOVO SINDACO DEL MUNICIPIO DI SILVIA.

Una delle grandi e vistose sorprese nelle elezioni della passata domenica 27 ottobre, si è vissuta nel municipio si è vissuta nel municipio di Silva, montagne del del Cauca. del Cauca, regione del pacifico. Si tratta di Mercedes Tunubalà Velasco, anche conosciuta come Mamá Mercedes’, che rappresenterà tutta la sua comunità indigena dei guambia.

E’ Mercedes Tunabalà Velasco, anche nota come ‘Mamà Mercedes”, leader indiscusso della comunità. E’ Una delle grandi sorprese nelle elezioni regionali della passata domenica 27 di Ottobre: una indigena Misak sindaco dii un municipio delle montagne del Causa: Silvia è a 580km a sud-ovest di Bogotà. Tra Silvia e l’oceano pacifico lo sterminato Parco Nazionale Natural Fallones: una zona montagnosa puntellata di dolce colline, laghi e cascate.

La sua priorità sara unire la comunità

Nella freddda e affascinate cittadella di 31000 abitanti gli abitanti hanno votato Mercede Tunubalà Velasco, una donna indigena appartenente all’ancestrale comunità indigena dei Misak: Tunubalà nata in un piccolo villaggetto della regione del Cauca, assicura che la sua priorità sarà unire la comunità “tessendo un governo per la vita”.

Dopo di essere eletta con 4.226voti “Mamma Mercedes” è andata a incontrare una moltitudine di persone nel centro di questo municipio, ringraziando per l’appoggio.

“Tutti sappiamo dell’importanza di questo processo ancestrale e la lotta che stiamo portando avanti per i nostri diritti e quelli della comunità di Silvia in generale”, afferma Misak.

“Daremo la opportunità a Silvia di avere un governo per la vita e si vede per la prima volta una donna sindaca, una donna valorosa e vigorosa”, continua l’indigena / sindaca Misak.

Alla nuova sindaca toccherà affrontare le sfide relazionate alla violenza e ai progetti di nuove infrastrutture.

Alessandro Bonafede

Presidente ass. ISOLA

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Bolivia Evo Morales esiliato in Messico

Il 20 0ttobre si concludono le elezioni in Bolivia per la rielezione del Presidente e dei membri del parlamento. Evo Morales, che non avrebbe potuto ricandidarsi in ragione dellla costituzione del 2009 viene riconfermato Presidente della Bolivia. Da 13 anni al potere ha fatto crescere il PIL della Bolivia dell’8%. Ma l’opposizione insorge immediatamente e denuncia brogli elettorali.

Contemporaneamente con una rapidità che da da riflettere affluiscono verso La Paz truppe paramilitari di oscura provenienza: gruppi armati illegali di varie nazionalità. E’ il caos più totale per intere e interminabili giornate: vengono commessi crimini e violenze sulla popolazione civili dalle truppe paramilitari e il popolo boliviano scende in piazza, dando vita corpose manifestazioni di piazza: alcuni chiedono nuove elezioni altri gruppi chiedono le dimissioni immediate di Evo Morales.“Credo che bisognerebbe rivedere il tema della alternanza al potere, non mi piace l’idea della sua perpetuazione al potere, però è infame quello che sta succedendo”.

Una sindaca indigena di un piccolo comune intorno a La Paz viene pestata a sangue da sconosciuti e le viene rasata la testa. Altre truppe paramilitari intanto affluiscono a La Paz. La Polizia di guardia al palazzo di Evo si ammutina e l’esercito anche. Il 9 novembre Evo Morales dichiara : “È in corso uncolpo di Stato“. I

l presidente della BoliviaEvo Morales, contesta in conferenza stampa i manifestanti scesi in piazza contro la sua rielezione macchiata, a loro dire, da brogli elettorali e dichiara lo stato d’emergenza:

“Denunciamo di fronte al popolo boliviano e al mondo che è in corso un colpo di Stato – ha detto – La destra, con l’appoggio internazionale, ha preparato un golpe. Voglio innanzitutto dire al popolo boliviano che siamo in stato di emergenza”. Poi ha invitato i movimenti sociali a una “mobilitazione pacifica e costituzionale per difendere la democrazia”.

10 novembre La Paz è in mano ai golpisti e nuove truppe affluiscono. Nel paese vige il caos più totale: Si ricontano i voti e i brogli vengono confermati: Evo Morales aveva perso con il 49 % dei voti. Nel paese vige la legge del più forte: solo per citare alcuni episodi si annovera l’incendio della casa della sorella del presidente, l’assalto con dinamite e la “conquista” dell’Ambasciata Venezuelana, il rapimento dei ministri e senatori socialisti, che per timore di rappresaglie sulle famiglie si dimettono: è colpo di stato.

Il 12 novembre la popolazione indigena degli Aymaras e i sostenitori di Evo Morales minacciano l’avvio di una guerra civile in Bolivia. Nel frattempo la casa di Evo Morales viene data alle fiamme.

I primi a mobilitarsi sono le popolazioni indigene: n tutto il paese le varie popolazioni indigene presidiano e strade che portano a La Paz e prendono a sassate gli autobus che trasportano ancora altri golpisti che continuano a affluire a La Paz.

“Credo che bisognerebbe rivedere il tema della alternanza al potere, non mi piace l’idea della sua perpetuazione al potere di Evo, però è infame quello che sta succedendo”

“Rivolgo un invito al rispetto della vita, al rispetto della proprietà privata, al rispetto delle autorità e di tutti i settori della società. Tutto quello che abbiamo in Bolivia è patrimonio del popolo boliviano e non bisogna attaccarlo per fare dei danni”.

Usando queste parole, il presidente bolivianoEvo Morales convoca nuove elezioni, in risposta alle proteste che stanno sconvolgendo il paese, annuncia di non sapere se si candiderà. Lo dice nel nel corso di un’intervista con Radio Panamericanadi La Paz, nel corso della quale afferma: “La mia gestione termina il 22 gennaio 2020. Indire nuove elezioni significa mettere fine a qualsiasi mobilitazione che si sospendono gli scioperi e blocchi”.

Parte della popolazione accusava quindi giustamente EvoMorales di aver manomesso i risultati del voto, autoproclamandosi vincitore. Da allora, gli scontri hanno visto almenodue morti ed oltre 190 arrestati.“Credo che bisognerebbe rivedere il tema della alternanza al potere, non mi piace l’idea della sua perpetuazione del potere, però è infame quello che sta succedendo”, afferma una manifestante indigena. Nel frattempo anche il domicilio di Evo Morales viene è stata data alle fiamme e sua sorella rapita.

“Sì ci sono stati brogli alle elezioni il ri conteggio lo ha riconfermato” dice Pepe Molica.”Ma a quel punto sarebbe stato sufficiente indire nuove elezioni. Invece è accaduto quello che pochi ancora vedono con chiarezza: in Bolivia c’è stato un colpo di Stato organizzato con raffinatezza”.

Il 10 novembre, il generale Williams Carlos Kaliman Romero aveva chiesto a Evo Morales di rinunciare al mandato presidenziale. In serata,l’ex Presidente della Bolivia dopo aver annunciato le dimissioni, ha abbandonato il paese rifugiandosi in Messico.

Anez si autoproclama presidente prima che termini il riconteggio dei voti della OSA (organizzazione Stati Americcani). Evo Morales suppostamente perdente alle elezioni con il 47% è in esilio in Messico, da dove fa sapere un’intervista rilasciata al quotidiano spagnolo El Pais“ Sono disposto a tornare in Bolivia senza essere candidato o ricoprire cariche di potere, per contribuire a riportare la pace nel Paese. In Bolivia in questo momento. In non ci sono Autorità. Anez è una presidente autoproclamatasi in-costituzionalmente”

Gli Usa e la Russia riconoscono il governo Anez. E L’Unesco dichiara la Bolivia paese privo dall’analfabetismo giovanile. Chi è senza peccato scagli la prima pietra.

Alessandro Bonafede

presidente ass. ISOLA

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Bogotà: sciopero generale contro la riforma fiscale

La riforma moltiplicherebbe vertiginosamente il costo della vita. E il movimento 21N insorge La nottata a Bogotà (Colombia) inizia con l’accesa di fuochi nei punti (…)

La nottata a Bogotà (Colombia) inizia con l’accesa di fuochi nei punti strategici della città. Le Guerriglie della dissidenza delle estinte Farc e dell’ancora attiva ELN minacciano di scendere in piazza con i loro metodi: bombe carta e molotov. E il tanto atteso 21N, che mi naccia di essere una Genova 2001 versione colombiana. Tutte le Ong e i movimenti sociali mobilitati per garantire lo svolgimento pacifico della manifestazione. Presidio nella mattinata dei movimenti sociali sotto l’ambasciata colombiana a Berlino.

21N colombiano eccoci finalmente. La protesta si caratterizza per essere acefala e spontanea, contro la riforma fiscale che getterebbe nella miseria la popolazione colombiana di tutte le classi sociali, ma specialmente affetterebbe quella contadina. Semplice protesta o rivolta? Non si sa ancora. Quello che è sicuro è che la protesta è contemporaneamente contro il Governo e anti-sistemica. Ma globale.

Dietro c’è anche un cotesto globale e internazionale di proteste, Infatti anche le proteste sciite ( ma non solo) nell’area mediorientale. Anche queste infatti avvengono in un contesto internazionale spontaneo e anti sistemico. La crisi in Libia e in Siria anche avvengono dunque in un contesto globale e acefalo ormai.

Senza contare il movimento italiano delle SARDINE, che a Bologna ha dato prova di una partecipazione inattesa e numerosissima. C’è poi il capitolo del Venezuela. E i problema internazionale del terrorismo in Africa. Questo è pressante: attualmente ci sono 13 paesi africani minacciati da ISIS e affiliati. Il linguaggio di proteste jihadista si sta infiltrando in Africa

In Kenya il commando Al Shabab è attivo e colpisce ricordiamoci l’attentato del 15 ottobre all’università,. In Kenya il terrorismo autoctono è presente e fa proselitismo già dal 2007. Il Kenya sta con la Somalia per dare sostegno con l’Unione Africana contro il terrorismo jihadista. DURANTE IL MONDIALE DEL BRASILE PRESE D’ASSALTTO UN COMMANDO DI ALSHABAAB UCCIDENDO 48 PERSONE. Se il governo non investe sui servizi sociali e educativi il terrorismo jihadista rischia di dilagare.. Ma stiamo parlando di Stati falliti o sull’orlo del fallimento da 1 anno e mezzo. C’è poi il capitolo a parte della Palestina e di Israele: ben noto i recente lancio di 250 razzi dalla striscia di Gaza.

Come si finanziano i gruppi narcotrafficanti nell’area mediorientale? Scortando ingenti quantità di ogni tipo di droga: oppio eroina anfetamine. Ieri 20 novembre si sono arenate in Francia nelle spiagge del nord 167 kg di cocaina purissima.

Il narcotraffico si allaccia poi con il traffico dei migranti, questi poveri sfortunati. E i più affettati sono bambini: più del 50 % degli affettati sono bambino dicono le agenzie dell’ONU e della UE per i Diritti Umani…il network jihadista internazionale sta affondando le sue radici in Africa e da lì si estende in Europa e America Latina.

Dall’Africa le tensioni si ripercuotono quindi globalmente nella UE e in America Latina, qui con l’aiuto della destra minoritaria clericale ma razzista. Grande è la confusione sotto il cielo e l’occasione non è propizia. Senza contare la situazione drammatica in Chile tempestato da scontri nelle ultime settimane con morti e feriti numerosissima.

Ma torniamo al 21N colombiano: quale sono le ragioni e metodi della protesta? Il 21N in Colombia si svolge nell’intenzione degli organizzatori sotto l’insegna del pacifismo più assoluto. Ma lo shock del golpe in Bolivia pesa negli animi della sinistra e della destra sociale e politica colombiana…

Innanzitutto non è una protesta studentesca è una protesta sindacale prima di tutto.

I primi problemi si verificano all’ospedale. Senza ragione alcuna la polizia inonda l’ospedale di lacrimogeni.

Anche in Spagna si mobilitano sotto l’ambasciata colombiana. La protesta diventa internazionale e globalizzata: si legge una lista di politici e prefetti colombiani “ci stanno uccidendo! “ risponde la folla all’unisono. Intanto la protesta si estende anche ad altre città importanti della Colombia come Cali e all’intera regione della Cundinamarca: qui si era tentato di impedirle legalmente da parte del Governo Duque, ma con il contro intervento legale dei magistrati la manifestazione è infine riuscita a svolgersi seppur in sensibile ritardo.

Il clima è di una festa gioiosa ma con un background di tensione: la notte precedente il Governo Duque ha ordinato di eseguire una serie di perquisizioni notturne contro attivisti del 21N. Oggi 21 Novembre la Corte Judicial Colombiana ha aperto una indagine sulla legittimità di queste perquisizioni senza mandato.

Intanto la protesta si estende a settori socio istituzionali dei servizi educativi: “Attraverso una azione di nullità per incostituzionalità, un collettivo di professori (ndr. giuristi) chiede una azione di nullità per incostituzionalità e chiede misure cautelari di urgenza affinché il Consejo de estado sospenda il decreto firmato dal Presidente Ivan Duque il 19 novembre”.

Nella convulsione e il nervosismo per lo sciopero nazionale il 21 novembre il presidente Iván Duque sigla un decreto in base al quale “si ordinano misure per il mantenimento dell’ordine pubblico, nell’ambito della garanzia e del rispetto al diritto a manifestare pubblicamente, pacificamente e senza armi.”. Tra le azioni che produce questo decreto la chiusura delle frontiere e la eventuale sospensione di manifestazioni pubbliche “sospette”.

Ma a cosa punta il movimento 21N, nato come protesta sindacale e diventato protesta sociale diffusa e acefala con sostegno istituzionale/legale del Consejo de Estado? Questo è presto dirlo ma sicuramente punta in alto.

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Edward Snowden sotto processo in Virginia


«Mi chiamo Edward Joseph Snowden. Un tempo lavoravo per il governo, ora lavoro per le persone. Mi ci sono voluti quasi trent’anni per capire che c’era una differenza tra le due cose e, quando è successo, ho iniziato ad avere qualche problema sul lavoro. E così adesso passo il tempo… »

«Mi chiamo Edward Joseph Snowden. Un tempo lavoravo per il governo, ora lavoro per le persone. Mi ci sono voluti quasi trent’anni per capire che c’era una differenza tra le due cose e, quando è successo, ho iniziato ad avere qualche problema sul lavoro. E così adesso passo il tempo cercando di proteggere la gente dalla persona che ero una volta – una spia della CIA e della National Security Agency. Se state leggendo questo libro è perché ho fatto qualcosa di molto pericoloso, per uno nella mia posizione: ho deciso di dire la verità».

Dal 2013, dalle pagine del “Guardian” e da “errore di Sistema” l’autobiografia di Edward Snowden il mondo ha appreso e aperto gli occhi: un insider che rispondeva al nome di Edward Snowden spiegava intervista dopo intervista in che modo e perché CIA e National Security Agency ci stavano spiando tutti raccogliendo informazioni sensibili da ogni telefonata, messaggio o e-mail.

In questa autobiografia (Errore di Sistema) edita da Longanesi, l’autore, oggi rifugiato in Russia, ripercorre la sua storia figlia di un’era digitale globale in cui grazie alla tecnologia siamo sempre più interconnessi e per colpa della tecnologia sempre più controllabili.

Solo allora il mondo capì di essere illegalmente sorvegliato col fine, tra gli altri, di essere manipolabili e ricattabili. Il Datagate assestò un colpo molto duro all’idea di democrazia e segnò l’apice della consapevolezza pubblica sul potere dei dati e sul potere delle agenzie internazionali di servizi segreti.

Recentemente gli Stati Uniti si sono accaniti contro Edward Snowden e la procura della Virginia ha intentato una causa civile contro l’ex funzionario della National Security Agency. Il suo nuovo libro, (Errore di Sistema) violerebbe gli accordi di non divulgazione di informazioni classificate come sensibili da Cia e National Agency

Il Dipartimento di Giustizia degli USA ha affermato che Snowden ha divulgato il libro senza sottoporlo alla revisione delle agenzie di intelligence di cui era stato dipendente, violando quindi gli obblighi di riservatezza che aveva firmato. Snowden è anche indagato per aver rilasciato interviste pubbliche su temi legati al su lavoro nelle agenzie di intelligence. È stato denunciato anche l’editore.

La causa appartiene a un filone separato dalle accuse questa volta non civili ma penali contestate a Snowden. I capi di accusa sono: violazione dell’espionage act per le sue rivelazioni sul Datagate. L’azione giudiziaria è stata annunciata nello stesso giorno in cui è uscito il libro. Snowden è accusato di aver violato l’obbligo di riservatezza imposto dal suo contratto con la National Security Agency.

In una nota il dipartimento di Giustizia USA afferma di voler “impedire o limitare la pubblicazione o la distruzione del libro, recuperare tutti i proventi guadagnati da Snowden in ragione del fatto che non ha sottoposto il libro a revisione preventiva in violazione dei suoi obblighi contrattuali”.

“Le informazioni d’intelligence dovrebbero proteggere la nostra nazione, non portare a profitti personali” ha dichiarato G. Zachary Terwilliger, procuratore federale del distretto della Virginia.

Rifugiato in Russia, Snowden è accusato di spionaggio negli Stati Uniti. L’ex contractor della Nsa ha da poco chiesto il diritto d’asilo alla Francia. In un’intervista rilasciata alla radio France inter ha dichiarato: “Ho chiesto l’asilo in Francia nel 2013 sotto François Hollande. Mi farebbe piacere che Emmanuel Macron mi accordasse lo stesso diritto ora”.

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Colombia, assalto con esplosivi a stazione di Polizia

Colombia, assalto con esplosivi a stazione di Polizia. L’attacco ha causato solo perdite materiali e non ha provocato feriti. L’attacco, avvenuto il 3 agosto, ha causato solo perdite materiali, la polizia sta indagando.

L’attentato potrebbe essere opera di “bande urbane organizzate” o di gruppi armati illegali che operano nella zona come i gruppi paramilitari o la guerriglia dell’ELN. L’attentato è avvenuto a Tibù Norte de Sant Ander al confine con il Venezuela. L’attacco ar,ato è avvenuto nella località nota come Petrolea, comune di Tibù.

Le esplosioni si sono verificate alle 4:15 del pomeriggio di lunedì. Non ci sono stati feriti ma solo danni materiali ingenti. Alcuni abitanti assicurano che gli autori materiali dell’attentato sono stati 2 uomini a bordo di una motocicletta DR-650 in possesso di una granata esplosiva.

Secondo alcuni testimoni del fatto, gli autori materiali dell’attacco avrebbero usato come via di fugavie di difficile accesso. La Polizia Nazional colombiana ha invitato la popolazione a offrire informazioni che permettano di identificare i responsabili dell’attacco.

In questa zona della Colombia fanno presenza strutture paramilitari (Los Rastrojos), cellule della dissidenza delle FARC (Forze Armate Rivoluzionarie Colombiane) che non hanno mai partecipato al processo di pace dell’Avana, fronti della guerriglia dell’ELN Esercito di Liberazione Nazionale e bande criminali.

Secondo il comandante della Polizia di Norte de Santander, il colonnello Jhon Alzate “nella zona operano integranti della guerriglia ELN (Esercito di Liberazione Nazionale) e membri della dissidenza del fronte 33 de la guerriglia delle Farc, che potrebbero essere responsabili dell’attentato”.

Le autorità ipotizzano che l’attentato sia di una risposta alla eradicazione manuale e alle fumigazioni con glifosato delle coltivazioni di coca.

Lo scorso 30 luglio si è verificato un attacco armato nella vicina zona rurale del municipio di El Carmen, nella quale truppe militari de battaglione Vulcano sono stati attaccati da truppe della guerriglia dell’ELN durante una operazione di eradicazione manuale di piantagioni di coca. Ne è nato uno scontro armato tra esercito e guerriglieri. “Nella zona nota come “La libertà”, zona rurale del municipio di El Carmen dei cecchini hanno assassinato 2 poliziotti che esercitavano il proprio lavoro, spiega il colonnello.

Nell’ultimo mese se sono registrati quattro azioni violente contro membri della Polizia e dell’Esercito nel Catatumbo colombiano. I responsabili sarebbero sempre membri della guerriglia dell’ELN e del fronte 33 della dissidenza delle Farc.

Con il termine dissidenza si indicano quelle truppe della guerriglia delle Farc che non hanno mai partecipato al processo di pace con il governo Santos svoltosi nel 2016 a Cuba, noto come accordi dell’Avana per il quale l’ex presidente della Colombia Santos è anche stato insignito del premio nobel della pace. Il confronto militare tra governo colombiano e guerriglia delle FARC è durato quasi 52 anni, ora il secretariato delle FARC è in esilio a Cuba. Rimane tuttavia la storica guerriglia dell’ELN con cui non è mai stato avviato un processo di pace. Le FARC hanno smobilitato circa 11 mila uomini e consegnato 14 mila armi, che sono state consegnate all’ONU.

Tuttavia molti punti degli accordi del processo di pace sono ancora aperti: in primis la questione della riform agraria e gli assassini selettivi di ex guerriglieri o semplici attivisti politici. L’implementazione degli accordi di pace non si è verificatta per mancanze dell’apparato governativo, come largamente riconosciuto a livello nazionale e internazionale. Inoltre c’è stato un ritardo dell’esercito colombiano nell riprendere il controllo dei territori lasciati liberi dalle FARC: aree montagnose e campestri in cui si sono allora insediati vecchi e nuovi gruppi armati: paramilitar, ELN, nuove bande criminali, cartelli messicani, narcos e la dissidenza armata delle FARC.

Il governo Duque viene ora accusato dalle FARC di non fare nulla per fermare gli omicidi selettivi di ex guerriglieri. Le FARC durante il processo di pace hanno fondato un proprio partito e hanno cambiato il nome in Forze Alternative Rivoluzionarie del Comune riscuotendo alle elezioni un discreto successo.

Inoltre nel paese caraibico non si è mai fermato lo stillicidio di assassinii di leader sociali a colpi di sicariato denunciato più volte anche da entità internazionali

Ora le nuove FARC hanno annunciato di essere pronte a ritornare alla lotta armata accusando il governo di non aver rispettato gli accordi di pace dell’Avana e di non aver avviato la riforma agraria e la titolazione delle terre. Solo nel mese di luglio in Colo,bia sono stati uccisi da sicari 33 attivisti sociali.

(Foto di Policia Nacional)

Alessandro Bonafede

presidente ass. ISOLA

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